Mario Bisaccia, ideatore del mezzo barcaiolo

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LA SICUREZZA COME EREDITÁ

Grande alpinista, uomo sempre alla divulgazione e all’innovazione, Mario Bisaccia ci ha lasciato il nodo mezzo barcaiolo, adottato universalmente per l’assicurazione dinamica in parete.

di Pietro macchi e Adriano Castiglioni – foto archivio famiglia Bisaccia ( articolo tratto  da Montagne 360 – rivista mensile del CAI)

Alcune persone, nel corso della loro vita, lasciano al loro passaggio una traccia talmente profonda da essere ricordata per sempre e Mario Bisaccia è una di queste.

Nato a Varese nel 1929, Mario Bisaccia è stato un’importante alpinista sin dalla gioventù, divenne istruttore nazionale e accademico del CAI, e fu tra i primi componenti e motore della commissione materiali e tecniche, tanto che ancora oggi a distanza di oltre quarant’anni dalla sua scomparsa, avvenuta nel 1975 in Caucaso nel corso di un incontro UIAA , è ritenuta a livello nazionale come una persona di spicco nell’ambito del Club alpino accademico e del centro studi materiali e tecniche del CAI.

La sua attività alpinistica di alto livello lo ha portato a effettuare quasi tutte le salite classiche nell’arco alpino e a realizzare anche parecchie prime ascensioni tutt’ora molto valide. Tra esse alcune “prime ascensioni” nel gruppo del Monte Rosa; itinerari di grande bellezza e ambiente: la parete sud-est al Grand Fillar (via diretta), la parete sud del pizzo Bianco (via diretta) , lo spigolo est del piccolo Fillar, la parete sud della cima Iazzi (via diretta), oltre alla parete sud est del pizzo Trubinasca nel gruppo Masino Bregaglia.

UN CAPOSCUOLA

Bisaccia fu un vero caposcuola, non tanto per le sue indiscusse qualità alpinistiche, quanto per la qualità del proprio temperamento sempre aperto all’innovazione, alla sperimentazione, alla divulgazione e alla formazione.

Un uomo che è stato motivato da un autentico spirito di dedizione e impegno presenti  in tutto ciò che egli ha portato a compimento, che ben sintetizzava quello di una generazione di giovani varesini che nella riconquista del dopoguerra convogliava le energie verso l’attività alpinistica  a loro cosi congeniale, muovendo i primi passi sulla nostra montagna, il Campo dei Fiori.

Le capacità tecniche di Bisaccia, l’interesse per le sperimentazioni, le sue intuizioni nel campo dell’innovazione sono state certamente favorite da una meticolosità di cui sono riprova gli scritti e gli appunti che ci ha lasciato. Ma è stato il temperamento aperto,  mite e generoso, unanimemente ricordato, a conferire al suo operato il taglio della semplicità, una semplicità che egli auspicava anche per l’alpinismo.

Tuttavia, il suo lascito principale, a beneficio di generazioni di alpinisti che ancora oggi ne fanno largo utilizzo, è stato il lavoro di squadra svolto per l’adozione del nodo mezzo barcaiolo nell’assicurazione dinamica in alpinismo.

Nel 1973 si era infatti svolta ad Andermatt, nel canton Uri, un’importante riunione di lavoro della commissione metodi di assicurazione dell’UIAA, con i rappresentanti di diverse nazioni e la presenza italiana del CAI rappresentata da Mario Bisaccia, Pietro Gilardoni, e degli istruttori della scuola di Predazzo della guardia di finanza Pietro del Lazzer ed Emilio Marmolada, i quali proponevano l’adozione quale sistema frenate del nodo mezzo barcaiolo.

L’obiettivo era di effettuare un confronto diretto tra le tecniche di assicurazione in alpinismo studiate da delegazioni composte da alpinisti di primo piano, grande esperienza e differente nazionalità, al fine di stabilire, sulla base di severe prove tecniche, l’eventuale superiorità di mezzi ausiliari frenanti rispetto all’assicurazione a spalla ( o in vita ), eterno dilemma che ancora oggi appassiona gli alpinisti.

IL NODO MEZZO BARCAIOLO

Nel 1974 dopo un’attenta valutazione di tutti gli aspetti tecnici, il comitato esecutivo dell’UIAA dichiarava che il sistema di assicurazione italiano era il più efficace e veniva proposto e raccomandato come metodo UIAA.

Per raggiungere questo risultati sono occorsi anni di alpinismo di primo piano, competenza tecnica, dedizione, spirito di squadra.

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“Nel 1974 il comitato esecutivo dell’UIAA dichiarava che il sistema di assicurazione italiano con nodo mezzo barcaiolo era il più efficace”

cit…

«A Londra si è fatto un Club Alpino, cioè persone che spendono qualche settimana dell’anno a salire le Alpi, le nostre Alpi!»

 

Lettera di Quintino Sella a Bartolomeo Gastaldi

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23 ottobre 1863 ore 13:00

«Il Club alpino italiano (C.A.I.), fondato in Torino nell’anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale».

 

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L’idea di fondare un club che riunisse gli alpinisti italiani era nata nella mente di Quintino Sella presso Casa Voli (Verzuolo), il 12 agosto 1863, in occasione dell’ascensione del Monviso da parte sua e di altri alpinisti italiani tra cui si possono ricordare Giovanni Barracco, e Paolo e Giacinto di Saint Robert; ispirandosi ad analoghe associazioni esistenti in altri paesi europei come Austria, Svizzera e Inghilterra con l’Alpine Club di Londra.

La fondazione ufficiale del club si ebbe all’una del pomeriggio il 23 ottobre 1863, nel Castello del Valentino a Torino. Tra i fondatori appartenenti alla prima lista di adesione, oltre al Sella, vi furono circa altri duecento appassionati di montagna, tra cui: Giovanni Piacentini, Giorgio Tommaso Cimino, Luigi Vaccarone, Bettino Ricasoli e Giovanni Battista Schiapparelli.

Il primo presidente del CAI eletto fu il barone Ferdinando Perrone di San Martino e vicepresidente Bartolomeo Gastaldi, che ne divenne poi secondo presidente dal 1864 al 1872.

Il CAI ebbe sede dapprima a Torino, e poi dopo la seconda guerra mondiale la sede legale fu trasferita a Milano in via Errico Petrella 19, dove si trova tuttora.

In seguito furono aperte sedi anche in numerose altre città italiane. Nel 1873, con l’annessione del Lazio al Regno d’Italia Quintino Sella, in quanto ministro delle finanze del regno, si trasferì nella nuova capitale, e fondò quindi la sezione di Roma. Dopo la prima guerra mondiale il CAI assorbì la Società degli alpinisti tridentini (nel 1920) e la Società alpina delle Giulie; mentre nel 1931 fu riconosciuta come sezione del CAI anche la Società escursionisti milanesi. Nel 1938 il fascismo impose al CAI un temporaneo cambio di denominazione, da Club alpino italiano a Centro alpinistico italiano, nel tentativo di preservare la “purezza” della lingua italiana dalla commistione coi termini inglesi.

A Torino vi è ancora oggi la sede sociale, sul Monte dei Cappuccini, nella Salita al Club alpino italiano sez. Torino 39, dove è anche collocata la Biblioteca nazionale del CAI e il Museo nazionale della montagna.

Ad oggi l’associazione conta più di 300.000 iscritti in tutto il territorio nazionale, a fronte dei soli 3.500 (in prevalenza benestanti piemontesi) dell’anno 1877

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Nuovo corso SA1 2018

NOVITÀ! Sono aperte le iscrizioni ai nuovi corsi SA1 2018. Il Corso Base SA1 è aperto a tutti coloro, sciatori e snowboarder, che non hanno mai praticato lo sci alpinismo, oppure hanno già qualche esperienza ma vogliono conoscere meglio la montagna invernale e i suoi pericoli.

Per iscrizioni

Scrivere a scuolaaltolario@gmail.com

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